I racconti di Raymond Carver sono un antidoto a qualsiasi felicità e non mi sentirei di consigliarli a chiunque sia in cura per tendenze depressive.
Eppure, sono meravigliosi, di una bellezza che fa male.

Cattedrale inizia in sordina o con il botto, a seconda dei gusti. Per me è valsa la prima e non sono riuscito a entrare nella Carver Country fino al meraviglioso Una cosa piccola ma buona. Arriviamoci per gradi…

Racconti quotidiani di disperazione o lucida rassegnazione, di vite sospese che stanno per muoversi verso la fine o una direzione imprevista. Sintetizzare Carver in poche parole è impresa ardua, se non inutile e perfino ingiustamente riduttiva.
La critica superficiale più gettonata nel descrivere la prosa di Carver è “nei suoi racconti non succede nulla”.
E’ vero all’apparenza, per il lettore abituato a libri in cui “succedono cose”, con una trama che si dipana dall’inizio alla fine.
L’analogia più calzante per l’opera carveriana è il paragone con la fotografia: cattura un momento della vita quotidiana. Se è vero che una bella fotografia può raccontare una storia, intrappolata nella plasticità immobile delle figure impresse, allora può essere certamente vero che in Carver di “cose” ne succedono parecchie.
Siamo, insomma, dalle parti dello slice of life, ma uno spaccato di vita ben lungi dall’essere fine a sé stesso. Come dicevo parlando di Principianti la poetica di Carver è incentrata su restituire un senso di umanità in situazioni che appaiono tutt’altro che umane.

Ci sono crisi matrimoniali passate, in corso e future (Penne, La casa di Chef, Vitamine), il rimpianto (Lo scompartimento), la quotidianità vuota e rivelatrice (Conservazione) e c’è la vita nella sua cruda realtà, semplice e terribile.

Mi soffermo su Una cosa piccola ma buona perché tra tutti i racconti di Carver è quello che reputo un vero capolavoro di costruzione e contenuto.
La storia di una madre che prenota la torta per il compleanno del figlio, ma proprio quel giorno il bambino è vittima di un incidente stradale e viene ricoverato in coma. Dapprima l’ottimismo dei medici è cauto, poi la situazione sembra stabilizzarsi. In tutta la tensione ecco che Carver descrive una situazione del tutto normale: la madre rientra a casa per farsi una doccia, mangiare un boccone e tentare di riposarsi.
Chi si è trovato in situazione simili, al capezzale di un malato, riconosce quanto sia naturale questa scena.
Nel mezzo di questa situazione ordinaria, quasi banale, il telefono squilla e il pasticcere inizia a tormentare la madre con telefonate anomine e minatorie che assurgeranno a malvagità quando il dramma troverà il suo compimento.
Ed ecco la scena finale, inaspettata, perfino banale in un certo senso, che rende il racconto un cerchio perfetto.

Chi vuole conoscere Carver, secondo me, dovrebbe leggere quanto meno questo racconto e farsi un’idea di quanto l’autore sia lontano dal minimalismo per cui è diventato famoso.

Raymond Carver è il cantore del quotidiano che diventa emblematico, chiave di volta di esistenze che trovano il loro posto nel mondo. O che non possono trovarlo affatto.

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