Haibane Renmei

Haibane Renmei

Un capolavoro inaspettato può nascondersi dietro ogni pagina (web).
E’ così che sono venuto a conoscenza di Haibane Renmei, uno degli anime più delicati e al contempo più psicologici che abbia mai visto.
E’ anche uno dei miei anime preferiti, vediamo insieme perché.

Siamo a Glie, città murata sperduta in mezzo a una vasta pianura. Non si sa cosa ci sia fuori dalle alte mura, tutta la vita si svolge al loro interno.
Della vasta pianura all’esterno, sappiamo solo che è attraversata da carovane che di tanto in tanto riforniscono la città.

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La Old Home è la sede di una specie di orfanotrofio autogestito, ma qui i giovani ospiti sono molto particolari: nascono da bozzoli ripieni di liquido che crescono nelle stanze abbandonate della grande casa e vengono alla luce in età variabile tra l’infanzia e l’adolescenza.
Durante la prima notte, durante un attacco di febbre piuttosto violento, dalle loro spalle spuntano delle piccole ali color cenere. Sarà poi letteralmente loro cotto dai compagni un’aureola che verrà posta sul loro capo. Quando questa aureola inizierà a sbiadire sarà giunto per loro il momento del “grande volo”.
Queste creature, per il resto del tutto simili a esseri umani, sono appunto gli haibane (lett. ali cineree).

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La cittadina è pacifica e gli abitanti sono abituati agli haibane, ai quali non è permesso possedere denaro e che scambiano generi di prima necessità attraverso dei coupon forniti dalla misteriosa haibane renmei (lett. confederazione delle ali cineree), ai cui membri è impedito l’uso della parola e che vivono segregati ai confini delle mura.

La storia si concentra su Rakka (lett. cadere, infatti agli haibane viene dato un nome basato sul tema del sogno che hanno fatto nel bozzolo prima di nascere), “neonata” adolescente della Old Home.
Con lei entriamo gradualmente in contatto con l’enigmatico mondo di Glie.

L’anime, ad opera e disegni di Yoshitoshi ABE, è un delicatissimo slice of life, tipicamente nipponico, dai toni leggeri e dimessi.
La serie di tredici episodi (quindi una mezza stagione), in realtà ha un filo conduttore e una trama ben definiti che si dipana man mano sempre a ritmo più serrato con il passare degli episodi e che avrà come centro il rapporto tra Rakka e Reki, la haibane più anziana della Old Home, che cela, dietro la sua ferma allegria, un passato di sofferenza.

La serie è un capolavoro che eccelle in tutti i comparti: la regia, la trama, i disegni e la musica (talmente evocativa da meritarsi un ascolto indiscriminato)

Solitamente si muove una critica forte agli slice of life che secondo l’opinione corrente è un genere in cui “non succede nulla”.

Forse è vero, ma a livello psicologico ed emotivo, ho spesso constatato come mi siano rimasti più impressi questi anime sopra tutti gli altri, amandone i personaggi e rendendoli parte della mia memoria e del mio immaginario.

Inoltre, a differenza di altri capolavori, come le tre serie di Aria, Haibane Renmei sfugge alla definizione, celando sotto il trascorrere delle vite delle protagoniste una trama e uno sviluppo ben definiti.

CURIOSITA’

Yoshitoshi ABE ha dichiarato che Glie è ispirata all’opera di Haruki Murakami La fine del mondo e il paese delle meraviglie, unico romanzo del noto autore giapponese che io non ho ancora letto. Rimedierò presto, spero.

SPOILER!!!

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Tre anni

Tre anni fa, grosso modo a quest’ora, uscivo precipitosamente di casa per andare a casa della ragazza di cui mi ero innamorato totalmente e subitaneamente.

Due giorni prima mi ero confessato in ginocchio di fronte al suo divano, la dichiarazione più patetica e inopportuna che si sia mai vista:

“Ti amo…”
“Che cosa?!” – con aria sconvolta
“Ti amo!” – pronto a sotterrarmi
“Non puoi! E’ ancora troppo presto!”

E tre anni fa, due giorni dopo, il primo bacio

Scene da film, eppure sono accadute sul serio

L’invenzione della madre

L’invenzione della madre

Leggere L’invenzione della madre, per chi è stato coinvolto in situazioni simili, sebbene non fatali, rende impossibile l’imparzialità di giudizio (se mai fosse possibile).

Ricordi personali emergono prepotenti leggendo il romanzo, è inevitabile e, in ultimo grado, offuscante.
La scrittura di Peano è precisa, chirurgica, non risparmia nessun dettaglio e li mostra con spietata sincerità: il degrado fisico e psicologico della madre di Mattia, l’assistenza continua e mortificante che toglie qualsiasi autonomia al malato.
E poi la silenziosa rabbia di chi assiste, l’egoismo dicotomico che da un lato vuole tenere stretto il malato e dall’altro vorrebbe porre fine alle sue sofferenze.
E’ pericoloso scrivere di cancro. Da un lato esiste un tacito tabù riguardo a una malattia che non ha nulla di vergognoso, ma che crea imbarazzo ai sani. Qual è il limite della simpatia? Che cosa dire a una persona che sta morendo, che è privata di ogni dignità personale quando si trova a essere accudita ventiquattr’ore al giorno in qualsiasi aspetto?

Cosa bisogna giudicare de L’invenzione della madre? La capacità di descrivere con limpida e crudele precisione la realtà della malattia e della morte? In questo caso il libro è riuscito, Peano mi ha colpito dritto al cuore.

Il titolo lascia presagire di più, tuttavia. E questo presagio non trova verifica. Per capire quel titolo ho dovuto leggere/guardare due interviste con Marco Peano e qualche recensione. L’autore difende bene la sua opera, le recensioni (sicuramente con argomenti più arguti dei miei) sottolineano aspetti che non ho colto per nulla.
Nella mia onesta e completa modestia, mi chiedo: perché non li ho colti? Forse sono nascosti e sono stato troppo pigro per disseppellirli.

Non riesco, tuttavia, a togliermi la sensazione che L’invenzione della madre non centri l’ambizioso obiettivo di Peano, che non vorrebbe solo parlare di malattia, ma anche di elaborazione del lutto da parte di chi resta.
La seconda parte del romanzo si concentra sulla sindrome del sopravvissuto. Mattia non riesce a metabolizzare il lutto e l’improvvisa assenza della madre che ha accudito per lunghi mesi. I rapporti interpersonali si sfaldano: la relazione con la sua fidanzata, forse mantenuta insieme dal dramma, si raffredda e muore.

Non sono riuscito a cogliere la direzione che prende il romanzo in questa parte, che è corsa via veloce, senza lasciarmi dentro nulla e ha raffreddato il mio entusiasmo per il romanzo.
Se leggendo la prima parte ero indeciso tra le 4 e le 5 stelline, in fondo è stata una battaglia interiore per decidere tra le 3 e le 4.
Scelgo di darne 3, l’equivalente di “mi è piaciuto, con qualche riserva”, nella speranza che Marco Peano con la prossima pubblicazione mantenga le promesse.

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Ci sono vite che tocchiamo solo per qualche istante, altre per qualche mese o anno, poi perdiamo il contatto e tutto quello che ci resta è solo un ricordo che sbiadisce man mano.

Ogni tanto mi ritrovo a ricordare una delle persone che ho incontrato e perduto sulla strada. Non c’è un motivo particolare che riporta alla memoria un incontro, ma la mia memoria a spirale in quel momento si scatena e mi riporta a periodi della mia esistenza sopiti, ma che continuano a bruciare come braci sotto la cenere, sempre incandescenti anche se freddi in superficie.

Di quelle lunghe serate e nottate trascorse davanti allo schermo del PC a chattare di inezie o fondamentali, cosa resta quando il rapporto è perduto?

Solo memorie

La donna dal taccuino rosso

La donna dal taccuino rosso

Se Marc Levy si fondesse con il Jean-Pierre Jeunet di Ameliè probabilmente il risultato sarebbe questo libro.

Siamo a Parigi, ma chiariamo che per come è descritto il tutto potremmo anche essere a Roma, oppure New York. Parigi sia, comunque, ché da sola porta tutto il fascino (o la fascinazione?) necessario a una storia romantica.

Strizza l’occhio ai bibliofili questo La donna dal taccuino rosso, lo fa spudoratamente e deliberatamente se ci soffermiamo a considerare gli ingredienti:

  • un taccuino moleskine rosso
  • un libraio appassionato che libraio non è sempre stato
  • un libro di Patrick Modiano con dedica dell’autore
  • Patrick Modiano, in persona

C’è una considerevole abilità del confezionare questi ingredienti in un testo godibile e voltapagina (o page-turner, se vogliamo restare anglofoni).
Certamente leggerezza e brevità del testo contribuiscono a eleggere il romanzo come una lettura intensa e piacevole.

Certo alcune similitudini usate sono forzate e fanno sorridere. Prendiamo per esempio quella in cui la donna, appena aggredita e sconvolta, per ritrovare la calma fa l’elenco dei fatti noti. L’autore paragona questo processo alle luci di un aeroplano che si accendono una dopo l’altra (???).
Il testo è costellato di queste similitudini ardite e un po’ insensate. Nulla di sconvolgente, ma l’interrogativo più classico (“l’autore ci è o ci fa?”) sorge spontaneo.

Chiudendo un occhio su queste pecche (no, non siamo di fronte ad alta letteratura, ma piuttosto a più che onesta fiction), il giudizio sul libro è positivo.
Ho adorato i personaggi, la delicatezza delle situazioni.

Ringrazio Antoine Laurain perché, tra un Carver e Marco Peano, la depressione era incipiente e la parantesi piacevole e leggera mi ha dato la spinta propulsiva che era mancata nei giorni precedenti.

Se avete due ore libere, questo è un buon modo di trascorrerle.