Orme (libro + film)

Orme (libro + film)

La storia incredibile di una donna straordinaria che affronta il deserto australiano e che ancora oggi alla domanda “perché l’hai fatto?” risentita risponde: “perché non avrei dovuto farlo?”.
Otto mesi di traversata in uno dei più selvaggi territori dell’Australia accompagnata solo da quattro cammelli e una cagnolina.

Orme è diviso in due parti: la prima ambientata ad Alice Springs in cui l’autrice narra del suo addestramento come portatrice di cammelli presso diverse fattorie della zona.
La seconda invece è il viaggio nel deserto in sé.
E’ una narrazione personale in cui si alterna la cronaca dei momenti, anche difficili e drammatici, della traversata, unitamente all’introspezione personale.
Se dovessi riassumere il tutto direi che è “un viaggio alla scoperta di sé stessi”, senza timore di retorica.
Personalmente non leggevo un così bel libro “di viaggio” dai tempi di Chatwin.

star_blackstar_blackstar_blackstar_blackstar_white

Robyn Davidson stessa ha indicato Mia Wasikowska come l’unica attrice in grado di impersonarla e nessuno a posteriori potrebbe darle torto: l’immedesimazione è così convincente che Tracks risulta una delle migliori riduzioni cinematografiche che abbia mai visto, senza lasciare spazio ad alcun margine di romanzo.
Quello che si legge in Orme si ritrova pari pari nel film. A differenza di altre operazioni del genere meno riuscite (mi viene in mente il pedissequo Norwegian Wood), il risultato è coinvolgente.
Viene sintetizzata la prima parte del libro, ambientata ad Alice Springs, nei minuti iniziali per concentrarsi sulla traversata del deserto.
Scelta azzeccata della sceneggiatura, così che il film, avvalendosi di una fotografia superlativa, non solo restituisce la storia umana della Davidson anche a chi non ha letto il libro, ma ottiene valore aggiunto nel descrivere per immagini la bellezza aspra (e letale) del deserto australiano.

Consigliato

Annunci

Suite Francese (film)

Suite Francese (film)

Non è mai un buon segno quando in mezzo a una proiezione ti trovi a guardare il quadrante dell’orologio.
In passato non ci facevo caso, ora lo reputo un buon indicatore.

Non sono tra coloro che hanno amato Suite Francese. Lo stile della Némirovsky è elegante e ipnotico, ma i suoi personaggi (purtroppo senza grandi eccezioni) non mi dicono nulla e mi lasciano del tutto indifferente. Considerando quanto le sue storie siano incentrate sugli stessi personaggi, capirete la mia perplessità totale nei riguardi della sua opera.

Il libro, composto degli unici due romanzi completati della sua “sinfonia in cinque parti” sulla guerra e l’occupazione nazista in Francia, è francamente irriducibile in pellicola.
Tempesta, il libro primo, è corale e rappresenta la fuga dei parigini dalla città minacciata dai bombardamenti. Le sue prime pagine sono un esempio magistrale di narrativa, anzi di letteratura, per tensione e liricità.
Dolce, libro secondo, è la storia privata di occupazione e convivenza tra nemici del piccolo paese di Bussy.
Su questa parte si concentra il film.

Dovremmo essere abituati a vedere Kristin Scott-Thomas in abiti anni ’30, basti pensare all’indimenticabile Paziente Inglese di Langella.
La signora è maturata e le rughe risultano naturali quanto apprezzabili in tempi in cui la chirurgia plastica ci restituisce tanti orrori e saper invecchiare pare diventata abilità rara. Restando fermo che sia, ovviamente, un’ottima attrice.
Le note positive finiscono qui.

Il film è tedioso, semplicemente. Accadono eventi (tanti): dall’invasione all’occupazione, tedeschi buoni e cattivi, storie d’amore clandestine sussurrate, tentati omicidi e assassini riusciti, accenni di resistenza e fuga.
C’è tutto in questo film, compreso un finale che nel libro, per evidenti cause, non c’è.
Quello che manca è il pathos. Non mi sono appassionato a nessuno, né alla storia d’amore né ad alcun evento drammatico o tragico. Come assistendo a uno spettacolo di lanterna magica: affascinante, visivamente, ma senza sostanza ed emozione.
La regia, infatti, è onesta ed equilibrata. La recitazione non è eccellente ma è apprezzabile. Il film, tuttavia, manca di cuore.

Temo che oltre che alla sceneggiatura piatta, questo sia da imputarsi anche alla totale assenza di alchimia tra i due attori protagonisti. Michelle Williams non è una cattiva attrice, tutt’altro, ma siamo di fronte a un problema di casting consistente…

Dulcis in fundo, il titolo viene giustificato artificiosamente (non sarebbe stato altrimenti possibile farlo) e viene dato un contentino alla vita e all’opera della Némirovsky (e della figlia Denise) prima dei titoli di coda. Tributo che resta del tutto slegato dalla pellicola e pertanto sembra appiccicato come una figurina di cartone.
Meglio sicuramente il libro.

The imitatation game

The imitatation game

I biopic sono film pericolosi, possono scadere facilmente nell’apologia e talvolta nell’agiografia. Per essere appassionanti richiedono di romanzare la realtà degli eventi, delle persone e talvolta dei loro rapporti.
Quando si entra in sala per vedere un  biopic bisogna mantenere la stessa sospensione di incredulità che applicheremmo a qualsiasi opera di finzione. Essenzialmente qualsiasi film basato sulla realtà o meno resta un’opera di finzione.

La mia fidanzata da ottimo ingegnere informatico qual è, ha una specie di adorazione per Alan Turing e la macchina enigma (la cui decrittazione si stima che abbreviò la Seconda Guerra Mondiale di circa due anni, fornendo agli Alleati importanti conferme sulla strategia tedesca). Ogni occasione è buona per manifestare questa adorazione: una macchina enigma è esposta al museo della scienza e della tecnologia di Milano ed è stata il punto focale della nostra visita dell’anno scorso (mentre io lo confesso ero più attratto dalle riproduzioni leonardesche). Il primo film visto insieme è stato Enigma tratto dal romanzo di Robert Harris, una versione altamente romanzata con protagonista un personaggio ispirato a Turing.

Personalmente non avendo studiato informatica su Turing conosco poco o punto e ho mantenuto questa fanciullesca ignoranza per poter meglio gustare il film. Avrei lasciato a dopo gli approfondimenti che la curiosità mi avrebbe fatto eventualmente nascere sull’uomo e l’epoca.

Non sono un fan sfegatato di Benedict Cumberbatch e in gran parte non condivido l’hype sorto sulla sua figura di attore, trovandolo in questa veste competente e bravo, ma non straordinario. Il ritratto che fa di Alan Turing è lodevole, ma più che un assolo è un’ottima interazione con tutti i comprimari, cast inglese di medio-alto livello che si avvale tra gli altri di Mark Strong (sempre ottimo e ambiguo il giusto) e di Charles Dance (ormai identificato a torto con la sua controparte fantasy Tywin Lannister, ma apprezzatissimo da me sin dai lontani anni ’90).
La prezzemolina e sopravvalutata Keira Knightley fa il suo dovere tra le solite smorfie e sorrisini a mascellona piena.

Il punto di forza del film più che il cast (che è un veicolo) è il coinvolgimento emotivo trasmesso da una sceneggiatura equilibrata che non scade nel lato scandalistico della vita di Turing per concentrarsi giustamente sulla sua opera di matematico e crittografo (anche se grandemente semplificata e romanzata) per rendere omaggio al padre della moderna informatica con una biografia mai agiografica né apologetica.
The imitation game (titolo che omaggia il saggio che ha introdotto il concetto di intelligenza artificiale nella scienza attuale) riesce a riscattare questa figura negletta e dai più dimenticata, forse dandogli la necessaria ribalta che altri biopic hanno giustamente tributato ad altri geni misconosciuti del ventesimo secolo (così, su due piedi, mi vengono in mente A beautiful mindShine).

Concentrandosi sugli eventi della Seconda Guerra Mondiale, la pellicola riesce a veicolare la storia in maniera piuttosto avvincente, senza scadere in astrusi tecnicismi, ma anche regalando un paio di perle “da esperti” (mia fortuna è stata in tal caso avere affianco una persona che me li abbia fatti notare).

Consigliato a tutti, appassionati di storia, di spionaggio, di matematica, di informatica o più in generale a tutti i curiosi.