Carlo Rovelli – Sette brevi lezioni di fisica

Carlo Rovelli – Sette brevi lezioni di fisica

Leggere il libro di Rovelli è un po’ come guardare le pillole di Bruno Bozzetto, quelle di SuperQuark per intenderci: in linguaggio semplice, oserei dire pure povero (la semplicità può anche essere ricca, se usata sapientemente) vengono proposti concetti basilari di fisica contemporanea.
Non è un saggio per gli addetti e neanche per chi ha già masticato un po’ di concetti, a livello divulgativo.
E’ proprio un saggetto che secondo me può andare bene come “introduzione alla fisica per scuole medie”. Sarebbe stato un titolo più onesto, anziché fare il verso ai famosi “pezzi” di Richard Feynman.
Consigliato dunque a chi vuole spenderci solo un’oretta e si accontenta della “lezioncina”.
Per qualcosa di più rigoroso, seppur divulgativo (di più non oso neanche io, ché sono profano della fisica), secondo me una lettura più completa, sebbene più onerosa in termini di tempo, è “La grande storia del tempo” di Stephen Hawking.

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Quiet

Quiet

Quando è esploso l’affaire Quiet (era la primavera del 2012), Susan Cain salì sul palco del TED e diede un piccolo discorso che ispirò, non temo di cadere in iperbole, centinaia di migliaia di introversi sparsi per il mondo.
Quella piccola, ma brillante donna, ex avvocato e ora advocate (lett. sostenitore di una causa) dell’introvert power fece breccia nei cuori della minoranza sotterranea che per tutta la vita aveva nascosto la propria indole, oppure si era sentito strano e inadatto al mondo.

Quando Carl Gustav Jung teorizzò la teoria dei tipi psicologici non poteva sapere che i termini da lui inventati per individuare le due indoli, introverso ed estroverso, avrebbero avuto tanta fortuna. Insieme al successo però seguì il fraintendimento.
Quanti ancora pensano che estroverso sia il sinonimo di “socievole” e introverso di “asociale e timido”? Non è certo colpa del pubblico, tanto che alcuni dizionari cadono nel fallo.

I due termini hanno un significato preciso:
introverso: colui che prende energia dal mondo interiore e che si “scarica” interagendo con il mondo esterno
estroverso: colui che prende energia dall’interazione con il mondo esterno e si “scarica” confinandosi nel mondo interiore.

Spiegazione chiarissima, eppure tanto difficile da divulgare.
Il mondo, ci spiega Susan Cain ha subito uno spostamento: dalla società del carattere di fine Ottocento si è passati alla società dell’apparire, una società in cui gli introversi, prima apprezzati quanto gli estroversi proprio per la qualità di carattere, ora si trovano spaesati e confusi.

Il libro offre delle spiegazioni dei processi culturali che hanno portato a questo disagio e al contempo non essendo né accusatorio né apologetico, ma sempre documentato, colleziona storie di successo (di persone insospettabili, persino del mondo dello spettacolo) di introversi famosi e alcune indicazioni su come valorizzare una “minoranza” che si stima comprenda dal 30 al 50% della popolazione mondiale.

Con i suoi limiti è un libro importante. Perché solleva un problema reale. Perché spiega a noi introversi chi siamo e quali sono le nostre forze. Perché indica ai genitori un modo per comprendere la diversità meravigliosa dei propri figli introversi, tracciando un sentiero che potrebbe salvare numerose persone da future nevrosi.

Susan Cain è il delicato araldo dell’orgoglio calmo

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Chi ti credi di essere?

Chi ti credi di essere?

Alice Munro è l’esponente più illustre della scrittura di donna o è semplicemente una grande scrittrice?
Chiaramente la domanda è retorica e se non bastasse il premio Nobel a dimostrarlo, consiglierei di leggere Chi ti credi di essere?

In tempi non sospetti, quando lessi la magistrale raccolta In fuga nel lontano 2007 (ben otto anni fa!) sapevo di trovarmi di fronte a un’autrice importante.
Io, tuttavia, che non sono un critico letterario né un fine conoscitore dell’humus da cui emerge la Munro, oggi come allora, posso solo godere della sua prosa raffinata, immergermi nella vite dei suoi personaggi e deliziarmi della grazia ricevuta per aver conosciuto una grande della letteratura, prima che fosse sdoganata da un premio che forse mi avrebbe fatto mantenere le distanze (almeno per un po’).
E’ una piacevole conferma quando uno dei tuoi autori preferiti viene insignito del premio Nobel.

Chi ti credi di essere? è un romanzo di racconti, usando una fortunata definizione creata per attirare il pubblico, generalmente reticente verso la forma della narrativa breve, verso le raccolte imperniate su un solo personaggio.
Seguiamo la vita di Rose (e della matrigna Flo) dall’infanzia fino alla maturità e in questo la definizione è azzeccata. Tanti istanti sulla rotta della vita catturati dalla penna dalla Munro.
La raccolta ha un forte sapore autobiografico: il contrastato rapporto con la matrigna, l’entrata in contatto con l’ambiente universitario e la voglia di riscatto sociale attraverso un matrimonio affrettato, la crisi coniugale e la tribolata ricerca di una stabilità emotiva.

Difficile amare Rose, eppure è un personaggio così perfettamente umano con tutte le sue debolezze e il suo orgoglio, che non si può che applaudire la Munro per aver tratteggiato con così abile efficacia la sua protagonista.
E’ la contraltare Flo, con la sua provinciale praticità a riscuotere maggiormente il mio affettoe. In tutta la raccolta Flo resta malgrado tutto la pietra di paragone della vita di Rose, tutto ciò che non vuole essere e diventare. Una caparbia convinzione che la porterà agli inevitabili errori della vita.

Questa è la quarta raccolta della Munro, uscita nel 1978. Dieci anni da La danza delle ombre felici. Ne mancano altre trenta  per arrivare a Troppa felicità. Siamo insomma a un quarto del percorso di crescita dell’autrice. Lo stile è già affinato, ma la delicatezza della maturità è ancora da venire.

In Chi ti credi di essere? con un nuovo compagno sposato due anni prima e una nuova vita da costruire, è come se la Munro facesse i conti con il suo passato e chiudesse una fase della propria vita e di narratrice esorcizzando il passato e guardando al futuro che poi porterà ai migliori racconti che questa grande narratrice ci ha regalato.

E’ un ottimo modo per conoscere Alice Munro, ma forse vale ancora la pena di avere il primo approccio con le raccolte più recenti e la sua magnifica, elegante liricità del quotidiano.

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Orme (libro + film)

Orme (libro + film)

La storia incredibile di una donna straordinaria che affronta il deserto australiano e che ancora oggi alla domanda “perché l’hai fatto?” risentita risponde: “perché non avrei dovuto farlo?”.
Otto mesi di traversata in uno dei più selvaggi territori dell’Australia accompagnata solo da quattro cammelli e una cagnolina.

Orme è diviso in due parti: la prima ambientata ad Alice Springs in cui l’autrice narra del suo addestramento come portatrice di cammelli presso diverse fattorie della zona.
La seconda invece è il viaggio nel deserto in sé.
E’ una narrazione personale in cui si alterna la cronaca dei momenti, anche difficili e drammatici, della traversata, unitamente all’introspezione personale.
Se dovessi riassumere il tutto direi che è “un viaggio alla scoperta di sé stessi”, senza timore di retorica.
Personalmente non leggevo un così bel libro “di viaggio” dai tempi di Chatwin.

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Robyn Davidson stessa ha indicato Mia Wasikowska come l’unica attrice in grado di impersonarla e nessuno a posteriori potrebbe darle torto: l’immedesimazione è così convincente che Tracks risulta una delle migliori riduzioni cinematografiche che abbia mai visto, senza lasciare spazio ad alcun margine di romanzo.
Quello che si legge in Orme si ritrova pari pari nel film. A differenza di altre operazioni del genere meno riuscite (mi viene in mente il pedissequo Norwegian Wood), il risultato è coinvolgente.
Viene sintetizzata la prima parte del libro, ambientata ad Alice Springs, nei minuti iniziali per concentrarsi sulla traversata del deserto.
Scelta azzeccata della sceneggiatura, così che il film, avvalendosi di una fotografia superlativa, non solo restituisce la storia umana della Davidson anche a chi non ha letto il libro, ma ottiene valore aggiunto nel descrivere per immagini la bellezza aspra (e letale) del deserto australiano.

Consigliato

Suite Francese (film)

Suite Francese (film)

Non è mai un buon segno quando in mezzo a una proiezione ti trovi a guardare il quadrante dell’orologio.
In passato non ci facevo caso, ora lo reputo un buon indicatore.

Non sono tra coloro che hanno amato Suite Francese. Lo stile della Némirovsky è elegante e ipnotico, ma i suoi personaggi (purtroppo senza grandi eccezioni) non mi dicono nulla e mi lasciano del tutto indifferente. Considerando quanto le sue storie siano incentrate sugli stessi personaggi, capirete la mia perplessità totale nei riguardi della sua opera.

Il libro, composto degli unici due romanzi completati della sua “sinfonia in cinque parti” sulla guerra e l’occupazione nazista in Francia, è francamente irriducibile in pellicola.
Tempesta, il libro primo, è corale e rappresenta la fuga dei parigini dalla città minacciata dai bombardamenti. Le sue prime pagine sono un esempio magistrale di narrativa, anzi di letteratura, per tensione e liricità.
Dolce, libro secondo, è la storia privata di occupazione e convivenza tra nemici del piccolo paese di Bussy.
Su questa parte si concentra il film.

Dovremmo essere abituati a vedere Kristin Scott-Thomas in abiti anni ’30, basti pensare all’indimenticabile Paziente Inglese di Langella.
La signora è maturata e le rughe risultano naturali quanto apprezzabili in tempi in cui la chirurgia plastica ci restituisce tanti orrori e saper invecchiare pare diventata abilità rara. Restando fermo che sia, ovviamente, un’ottima attrice.
Le note positive finiscono qui.

Il film è tedioso, semplicemente. Accadono eventi (tanti): dall’invasione all’occupazione, tedeschi buoni e cattivi, storie d’amore clandestine sussurrate, tentati omicidi e assassini riusciti, accenni di resistenza e fuga.
C’è tutto in questo film, compreso un finale che nel libro, per evidenti cause, non c’è.
Quello che manca è il pathos. Non mi sono appassionato a nessuno, né alla storia d’amore né ad alcun evento drammatico o tragico. Come assistendo a uno spettacolo di lanterna magica: affascinante, visivamente, ma senza sostanza ed emozione.
La regia, infatti, è onesta ed equilibrata. La recitazione non è eccellente ma è apprezzabile. Il film, tuttavia, manca di cuore.

Temo che oltre che alla sceneggiatura piatta, questo sia da imputarsi anche alla totale assenza di alchimia tra i due attori protagonisti. Michelle Williams non è una cattiva attrice, tutt’altro, ma siamo di fronte a un problema di casting consistente…

Dulcis in fundo, il titolo viene giustificato artificiosamente (non sarebbe stato altrimenti possibile farlo) e viene dato un contentino alla vita e all’opera della Némirovsky (e della figlia Denise) prima dei titoli di coda. Tributo che resta del tutto slegato dalla pellicola e pertanto sembra appiccicato come una figurina di cartone.
Meglio sicuramente il libro.

Haibane Renmei

Haibane Renmei

Un capolavoro inaspettato può nascondersi dietro ogni pagina (web).
E’ così che sono venuto a conoscenza di Haibane Renmei, uno degli anime più delicati e al contempo più psicologici che abbia mai visto.
E’ anche uno dei miei anime preferiti, vediamo insieme perché.

Siamo a Glie, città murata sperduta in mezzo a una vasta pianura. Non si sa cosa ci sia fuori dalle alte mura, tutta la vita si svolge al loro interno.
Della vasta pianura all’esterno, sappiamo solo che è attraversata da carovane che di tanto in tanto riforniscono la città.

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La Old Home è la sede di una specie di orfanotrofio autogestito, ma qui i giovani ospiti sono molto particolari: nascono da bozzoli ripieni di liquido che crescono nelle stanze abbandonate della grande casa e vengono alla luce in età variabile tra l’infanzia e l’adolescenza.
Durante la prima notte, durante un attacco di febbre piuttosto violento, dalle loro spalle spuntano delle piccole ali color cenere. Sarà poi letteralmente loro cotto dai compagni un’aureola che verrà posta sul loro capo. Quando questa aureola inizierà a sbiadire sarà giunto per loro il momento del “grande volo”.
Queste creature, per il resto del tutto simili a esseri umani, sono appunto gli haibane (lett. ali cineree).

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La cittadina è pacifica e gli abitanti sono abituati agli haibane, ai quali non è permesso possedere denaro e che scambiano generi di prima necessità attraverso dei coupon forniti dalla misteriosa haibane renmei (lett. confederazione delle ali cineree), ai cui membri è impedito l’uso della parola e che vivono segregati ai confini delle mura.

La storia si concentra su Rakka (lett. cadere, infatti agli haibane viene dato un nome basato sul tema del sogno che hanno fatto nel bozzolo prima di nascere), “neonata” adolescente della Old Home.
Con lei entriamo gradualmente in contatto con l’enigmatico mondo di Glie.

L’anime, ad opera e disegni di Yoshitoshi ABE, è un delicatissimo slice of life, tipicamente nipponico, dai toni leggeri e dimessi.
La serie di tredici episodi (quindi una mezza stagione), in realtà ha un filo conduttore e una trama ben definiti che si dipana man mano sempre a ritmo più serrato con il passare degli episodi e che avrà come centro il rapporto tra Rakka e Reki, la haibane più anziana della Old Home, che cela, dietro la sua ferma allegria, un passato di sofferenza.

La serie è un capolavoro che eccelle in tutti i comparti: la regia, la trama, i disegni e la musica (talmente evocativa da meritarsi un ascolto indiscriminato)

Solitamente si muove una critica forte agli slice of life che secondo l’opinione corrente è un genere in cui “non succede nulla”.

Forse è vero, ma a livello psicologico ed emotivo, ho spesso constatato come mi siano rimasti più impressi questi anime sopra tutti gli altri, amandone i personaggi e rendendoli parte della mia memoria e del mio immaginario.

Inoltre, a differenza di altri capolavori, come le tre serie di Aria, Haibane Renmei sfugge alla definizione, celando sotto il trascorrere delle vite delle protagoniste una trama e uno sviluppo ben definiti.

CURIOSITA’

Yoshitoshi ABE ha dichiarato che Glie è ispirata all’opera di Haruki Murakami La fine del mondo e il paese delle meraviglie, unico romanzo del noto autore giapponese che io non ho ancora letto. Rimedierò presto, spero.

SPOILER!!!

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L’invenzione della madre

L’invenzione della madre

Leggere L’invenzione della madre, per chi è stato coinvolto in situazioni simili, sebbene non fatali, rende impossibile l’imparzialità di giudizio (se mai fosse possibile).

Ricordi personali emergono prepotenti leggendo il romanzo, è inevitabile e, in ultimo grado, offuscante.
La scrittura di Peano è precisa, chirurgica, non risparmia nessun dettaglio e li mostra con spietata sincerità: il degrado fisico e psicologico della madre di Mattia, l’assistenza continua e mortificante che toglie qualsiasi autonomia al malato.
E poi la silenziosa rabbia di chi assiste, l’egoismo dicotomico che da un lato vuole tenere stretto il malato e dall’altro vorrebbe porre fine alle sue sofferenze.
E’ pericoloso scrivere di cancro. Da un lato esiste un tacito tabù riguardo a una malattia che non ha nulla di vergognoso, ma che crea imbarazzo ai sani. Qual è il limite della simpatia? Che cosa dire a una persona che sta morendo, che è privata di ogni dignità personale quando si trova a essere accudita ventiquattr’ore al giorno in qualsiasi aspetto?

Cosa bisogna giudicare de L’invenzione della madre? La capacità di descrivere con limpida e crudele precisione la realtà della malattia e della morte? In questo caso il libro è riuscito, Peano mi ha colpito dritto al cuore.

Il titolo lascia presagire di più, tuttavia. E questo presagio non trova verifica. Per capire quel titolo ho dovuto leggere/guardare due interviste con Marco Peano e qualche recensione. L’autore difende bene la sua opera, le recensioni (sicuramente con argomenti più arguti dei miei) sottolineano aspetti che non ho colto per nulla.
Nella mia onesta e completa modestia, mi chiedo: perché non li ho colti? Forse sono nascosti e sono stato troppo pigro per disseppellirli.

Non riesco, tuttavia, a togliermi la sensazione che L’invenzione della madre non centri l’ambizioso obiettivo di Peano, che non vorrebbe solo parlare di malattia, ma anche di elaborazione del lutto da parte di chi resta.
La seconda parte del romanzo si concentra sulla sindrome del sopravvissuto. Mattia non riesce a metabolizzare il lutto e l’improvvisa assenza della madre che ha accudito per lunghi mesi. I rapporti interpersonali si sfaldano: la relazione con la sua fidanzata, forse mantenuta insieme dal dramma, si raffredda e muore.

Non sono riuscito a cogliere la direzione che prende il romanzo in questa parte, che è corsa via veloce, senza lasciarmi dentro nulla e ha raffreddato il mio entusiasmo per il romanzo.
Se leggendo la prima parte ero indeciso tra le 4 e le 5 stelline, in fondo è stata una battaglia interiore per decidere tra le 3 e le 4.
Scelgo di darne 3, l’equivalente di “mi è piaciuto, con qualche riserva”, nella speranza che Marco Peano con la prossima pubblicazione mantenga le promesse.

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