La donna dal taccuino rosso

La donna dal taccuino rosso

Se Marc Levy si fondesse con il Jean-Pierre Jeunet di Ameliè probabilmente il risultato sarebbe questo libro.

Siamo a Parigi, ma chiariamo che per come è descritto il tutto potremmo anche essere a Roma, oppure New York. Parigi sia, comunque, ché da sola porta tutto il fascino (o la fascinazione?) necessario a una storia romantica.

Strizza l’occhio ai bibliofili questo La donna dal taccuino rosso, lo fa spudoratamente e deliberatamente se ci soffermiamo a considerare gli ingredienti:

  • un taccuino moleskine rosso
  • un libraio appassionato che libraio non è sempre stato
  • un libro di Patrick Modiano con dedica dell’autore
  • Patrick Modiano, in persona

C’è una considerevole abilità del confezionare questi ingredienti in un testo godibile e voltapagina (o page-turner, se vogliamo restare anglofoni).
Certamente leggerezza e brevità del testo contribuiscono a eleggere il romanzo come una lettura intensa e piacevole.

Certo alcune similitudini usate sono forzate e fanno sorridere. Prendiamo per esempio quella in cui la donna, appena aggredita e sconvolta, per ritrovare la calma fa l’elenco dei fatti noti. L’autore paragona questo processo alle luci di un aeroplano che si accendono una dopo l’altra (???).
Il testo è costellato di queste similitudini ardite e un po’ insensate. Nulla di sconvolgente, ma l’interrogativo più classico (“l’autore ci è o ci fa?”) sorge spontaneo.

Chiudendo un occhio su queste pecche (no, non siamo di fronte ad alta letteratura, ma piuttosto a più che onesta fiction), il giudizio sul libro è positivo.
Ho adorato i personaggi, la delicatezza delle situazioni.

Ringrazio Antoine Laurain perché, tra un Carver e Marco Peano, la depressione era incipiente e la parantesi piacevole e leggera mi ha dato la spinta propulsiva che era mancata nei giorni precedenti.

Se avete due ore libere, questo è un buon modo di trascorrerle.

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