The imitatation game

The imitatation game

I biopic sono film pericolosi, possono scadere facilmente nell’apologia e talvolta nell’agiografia. Per essere appassionanti richiedono di romanzare la realtà degli eventi, delle persone e talvolta dei loro rapporti.
Quando si entra in sala per vedere un  biopic bisogna mantenere la stessa sospensione di incredulità che applicheremmo a qualsiasi opera di finzione. Essenzialmente qualsiasi film basato sulla realtà o meno resta un’opera di finzione.

La mia fidanzata da ottimo ingegnere informatico qual è, ha una specie di adorazione per Alan Turing e la macchina enigma (la cui decrittazione si stima che abbreviò la Seconda Guerra Mondiale di circa due anni, fornendo agli Alleati importanti conferme sulla strategia tedesca). Ogni occasione è buona per manifestare questa adorazione: una macchina enigma è esposta al museo della scienza e della tecnologia di Milano ed è stata il punto focale della nostra visita dell’anno scorso (mentre io lo confesso ero più attratto dalle riproduzioni leonardesche). Il primo film visto insieme è stato Enigma tratto dal romanzo di Robert Harris, una versione altamente romanzata con protagonista un personaggio ispirato a Turing.

Personalmente non avendo studiato informatica su Turing conosco poco o punto e ho mantenuto questa fanciullesca ignoranza per poter meglio gustare il film. Avrei lasciato a dopo gli approfondimenti che la curiosità mi avrebbe fatto eventualmente nascere sull’uomo e l’epoca.

Non sono un fan sfegatato di Benedict Cumberbatch e in gran parte non condivido l’hype sorto sulla sua figura di attore, trovandolo in questa veste competente e bravo, ma non straordinario. Il ritratto che fa di Alan Turing è lodevole, ma più che un assolo è un’ottima interazione con tutti i comprimari, cast inglese di medio-alto livello che si avvale tra gli altri di Mark Strong (sempre ottimo e ambiguo il giusto) e di Charles Dance (ormai identificato a torto con la sua controparte fantasy Tywin Lannister, ma apprezzatissimo da me sin dai lontani anni ’90).
La prezzemolina e sopravvalutata Keira Knightley fa il suo dovere tra le solite smorfie e sorrisini a mascellona piena.

Il punto di forza del film più che il cast (che è un veicolo) è il coinvolgimento emotivo trasmesso da una sceneggiatura equilibrata che non scade nel lato scandalistico della vita di Turing per concentrarsi giustamente sulla sua opera di matematico e crittografo (anche se grandemente semplificata e romanzata) per rendere omaggio al padre della moderna informatica con una biografia mai agiografica né apologetica.
The imitation game (titolo che omaggia il saggio che ha introdotto il concetto di intelligenza artificiale nella scienza attuale) riesce a riscattare questa figura negletta e dai più dimenticata, forse dandogli la necessaria ribalta che altri biopic hanno giustamente tributato ad altri geni misconosciuti del ventesimo secolo (così, su due piedi, mi vengono in mente A beautiful mindShine).

Concentrandosi sugli eventi della Seconda Guerra Mondiale, la pellicola riesce a veicolare la storia in maniera piuttosto avvincente, senza scadere in astrusi tecnicismi, ma anche regalando un paio di perle “da esperti” (mia fortuna è stata in tal caso avere affianco una persona che me li abbia fatti notare).

Consigliato a tutti, appassionati di storia, di spionaggio, di matematica, di informatica o più in generale a tutti i curiosi.

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